la nota

Era solo un fa di pianoforte, vedi.
Una piccola, insignificante nota musicale.
Ero sdraiato sul letto a immaginare universi in un soffitto bianco, nella camera illuminata dalla luce di luglio, e la vidi fluttuare pigramente sotto al lampadario, dentro una bolla di sapone. Chissà come vi era finita dentro, pensai.
Si muoveva in cerchi lenti e infiniti, un po’ come quelle mosche che riflettono sul senso della vita in certi pomeriggi estivi. Interruppe le mie elucubrazioni danzando lieve, con garbo, con leggerezza.
E realizzai che quella nota, dopotutto, non era così dissimile da noi, noi con le nostre esistenze effimere, noi fondamentalmente inutili quando siamo da soli, ma che quando ci uniamo agli altri possiamo essere sinfonie di amore o di disperazione, concerti di sogno e di guerra, sonate di prosa e di poesia.
La bolla, spinta da un alito di vento, si diresse lenta, lentissima, verso di me. Allungai l’indice e la feci esplodere.
La nota, ora libera, volò veloce fuori dalla finestra.

In quell’istante ebbi la risposta che cercavo. Fu un’epifania.
Era quello, il pezzo che mi mancava. L’ultima nota del mio spartito.
Mi resi conto che in quell’istante avevo tracciato una strada, avevo reso definitiva una scelta di vita di un certo tipo. E che il mondo intero, tutti i santi giorni, avrebbe continuato a fare di tutto per portarmi fuori strada, per farmi sbagliare, per trascinarmi nella sua cacofonia.
Qualcuno, da lontano, iniziò a suonare Chopin.

 

la musica non muore

Faceva freddo quella notte, nella vecchia fabbrica abbandonata. Eravamo una cinquantina e ci eravamo seduti un po’ dove capitava, chi su una cassa, chi per terra, chi sopra una vecchia scrivania scassata. L’unica luce che illuminava lo stanzone era quella della luna piena, che entrava dalle finestre parzialmente infrante.
Avevamo portato tutti qualcosa… qualcosa che avrebbe potuto portarci all’arresto, come del resto la nostra stessa presenza lì.
Eravamo criminali, tutti, indistintamente.
Dovevamo riunirci al buio, nell’illegalità, in posti desolati al di fuori dei centri abitati, organizzando i nostri incontri nel dark web. Facevamo la guardia a turno, avevamo i nostri segnali convenuti che cambiavano ogni volta.
Riconobbi il volto di Andrea (ovviamente non era il suo vero nome), illuminato per un istante dalla fiammella di un accendino. Mi avvicinai.
“Ciao, Luca”, mi disse. “Rieccoci qui”.
“Ciao, Andrea. Come vanno gli affari?”
“Non male. Guarda cosa ti ho portato.”
Tirò fuori qualcosa dalla tasca del pesante cappotto. Era un oggetto quadrato, leggero, di una decina di centimetri per lato.
Lo presi in mano e mi spostai, cercando di distinguerlo un po’ meglio nella fioca luce.
Spalancai la mascella per lo stupore.
“Dio santo… ma dove caspita l’hai trovato? Erano anni che lo cercavo!”
“Te lo faccio a duecento euro”, disse Andrea. “Oppure possiamo fare uno scambio: fammi vedere cos’hai”.
Tirai fuori dalla tasca un foglietto e glielo diedi, assieme all’oggetto.
“Guardala con calma”, gli dissi, poi mi allontanai, mentre illuminava con lo smartphone la mia lista.
La gente, intanto, si era tutta spostata verso la metà opposta dello stanzone.
Mi avvicinai anch’io… e la vidi.

Dio, quant’era bella, fu il mio primo pensiero, anche nella luce fioca. La guardavo mentre stringeva mani, mentre salutava gente, mentre sorrideva a tutti.
Era lì per noi, anche se rischiava, rischiava grosso. Era lì per farci sognare, per trasportarci altrove, per farci dimenticare di noi stessi.
Era lì per rassicurarci che, in fondo in fondo, anche se ci avevano tolto qualcosa di così importante, in qualche modo avremmo potuto sopravvivere ugualmente.
Era lì per dirci che, se l’avessimo desiderato davvero, se l’avessimo voluto fino in fondo, avremmo potuto essere ancora liberi.
“E’ la mia vita”, mi aveva detto una volta, al nostro primo incontro dopo l’approvazione delle Leggi Regolatorie. “E proseguirò fino alla morte, quant’è vero Dio. Sono nata per la mia musica, sono nata per voi. E se mi arrestassero continuerò a cantare dovunque, anche in tribunale, anche in carcere, finché avrò fiato. E’ una promessa.”
Riuscii ad avvicinarmi di più.
“Che bello rivederti”, le dissi. “Grazie per essere tornata. Scusaci per la location, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto…”
Sorrise.
“Grazie a te, e a tutti voi. Ogni volta che vengo ad uno di questi… incontri, mi sembra di rinascere.”
Ci fu qualche secondo di silenzio.
Era lì, davanti a me e anche per me, per noi e per la sua passione. Era lì per la musica vera, proprio quella che una decina d’anni prima avevano deciso di mettere fuorilegge, quella che non riuscivano a controllare, che rischiava di riaccendere lo spirito critico della gente, di intaccare le vendite delle megacorporazioni, di far capire alla gente che esiste qualcosa di infinitamente più bello e più sincero della spazzatura promossa quotidianamente dalle radio.
C’era qualcosa quasi di eroico, in tutto questo, di coraggioso.. e di straordinariamente commovente.
Sentii un groppo salirmi in gola, e trattenni le lacrime a fatica.
“Laura”, le dissi.
“Dimmi…”
“Posso abbracciarti?”

Avevamo improvvisato un palchetto scalcagnato, mettendo assieme alcune assi e una serie di bancali. Al centro avevamo messo una vecchissima tastiera Casio, appoggiata su un tavolo d’acciaio. Il tutto era illuminato da candele e lumini sparsi qua e là.
Ascoltavamo tutti Laura in religioso silenzio, completamente rapiti. Il microfono funzionava a fatica, il suono della Casio era quello che era e l’acustica degli altoparlanti che avevamo rimediato era pessima, ma nulla di tutto questo era importante.
L’importante era che anche quella notte eravamo lì, le nostre anime unite in una sola, ad ascoltare quella splendida voce che ci traghettava in un posto migliore.
L’importante era che anche quella notte, nonostante tutto, Laura aveva trovato la forza e il coraggio di ripetere il suo miracolo.
Mentre Laura beveva un bicchier d’acqua ed introduceva la canzone successiva pensai per un istante a mia moglie, che non sapeva niente di tutto questo, allo stramaledetto cd di quel rapper (col bollino AG, “approvato dal governo”) che voleva mettere sempre nel lettore quando eravamo in macchina, alla mia collezione di cd non approvati che avevo nascosto in un doppiofondo in cantina.
Pensai a quella meravigliosa copia di Okumuki, il primo cd di Laura, che mi aveva mostrato Andrea poco prima. Chissà se avrebbe trovato nella mia lista qualcosa di interessante con cui scambiarlo.
Pensai naturalmente alla polizia, che avrebbe potuto arrivare da un momento all’altro, e sperai che nessuno di noi avesse fatto il doppio gioco. Ricordai quel giorno terribile, poco dopo l’entrata in vigore delle Leggi Regolatorie, in cui mi entrarono in casa sei agenti armati, per sequestrare il mio computer e la mia intera collezione musicale e procedere alla distruzione di cd, vinili e file degli artisti a loro sgraditi.
Mentre pensavo a tutto questo, Laura riattaccò con “Irraggiungibile”.
Sentii sciogliersi qualcosa dentro di me ed iniziai a piangere, a piangere a dirotto.
Nel riflesso delle candele, vidi una lacrima anche sul suo viso. La voce le si era leggermente incrinata, ma continuò a cantare finché il suono delle sirene non squarciò l’ambiente.
Mi piazzai davanti a lei, cercando assurdamente di proteggerla mentre ogni metro quadro del locale si stava riempiendo di agenti, ma mi beccai una manganellata e mi trascinarono via assieme agli altri.

Scrivo queste memorie nella cella 317, che condivido con Alfredo, un altro dei partecipanti di quella serata.
Abbiamo ancora sei mesi da scontare. Siamo sottoposti ad una terapia rieducativa, legati ad una sedia, con in cuffia due ore e mezza al giorno di canzoni approvate dal governo.
Ma passiamo la maggior parte del tempo a cercare di annullare tutto questo, a cantarci canzoni vere, quelle che fanno parte della nostra vita. Abbiamo corrotto una guardia, per non farci bloccare. Le nostre voci sono stonate, le nostre parole sono imperfette e ogni tanto sostituiamo qualche pezzo di testo con “na na nah”, ma l’importante è non dimenticare, l’importante è continuare a sognare e a credere che qualcosa di meglio sia davvero possibile, nonostante tutto.
Una volta stavamo cantando Imagine e ho sentito la guardia che si è unita a noi, a voce bassa. Mi sono venute le lacrime agli occhi.
Non ho saputo più nulla di Laura, ma so che manterrà la promessa.
Qualche volta, nei sogni, la sento ancora cantare.

mamma

-1-

Mamma Rosa arrivò alle nove di mattina, accompagnata da due giovani volontari in tuta arancione. La fecero sedere sul divano in salotto, mentre Antonio e Lucia la osservavano con sguardo pietrificato.
“Non si sono ancora abituati”, pensò uno dei volontari. “Probabilmente per loro è la prima volta.”
Fu la piccola Giulia a rompere il silenzio, uno scricchiolino biondo di cinque anni. Trotterellò verso la donna e la abbracciò goffamente, gridando “Nonna!” con tutta la gioia del mondo.
Rosa sorrise e ricambiò l’abbraccio, con tutta la delicatezza che le ossa e i novantatré anni le permettevano.
Lucia aveva iniziato a piangere sommessamente. Si tolse gli occhiali per asciugarli con un fazzoletto, girandosi verso la parete del salotto per non farsi notare dalla figlia.
“Ciao, mamma”, disse Antonio, con una voce che gli sembrò provenire da molto lontano.
Rosa si girò verso di lui, sorridendogli, gli occhi azzurri velati dalla cataratta.
“Vieni qui, tesoro”. Aprì le braccia.
Uno dei volontari si schiarì la voce. “Scusate se vi interrompiamo, signori. Ci vediamo stasera, o provvedete voi?”
“Provvediamo noi”, disse Lucia, tra i singhiozzi.

-2-

Aveva fantasticato a lungo su quel momento.
Ma c’era troppo, troppo da dire. Non sarebbero bastati mesi, figuriamoci ventiquattr’ore.
Tutti gli abbracci e i baci che non le aveva dato. Tutte le volte che si era allontanato da lei, ritenendo i piccoli acciacchi e le esigenze di lei quasi un peso (“Dio perdonami”, pensò), un ostacolo ai suoi progetti, alla sua carriera.
Tutte le volte che lui le telefonava quasi per dovere, senza provare alcuna emozione nel sentirla.
Tutte le volte che lei gli telefonava, e lui la lasciava parlare e parlare, per lo più ignorando quello che lei diceva.
E poi ci fu quella volta, la più terribile.
Quella in cui lui non le aveva risposto, ufficialmente occupato in un’importantissima riunione presso la sede di Londra, ma in realtà mentre ammanettava ad un letto quella giapponese con le tette rifatte.
Avevano ricoverato sua madre il giorno stesso, scoprendo le metastasi.

-3-

La conversazione, durante il pranzo, fu tranquilla: il ghiaccio era ormai rotto. Antonio le raccontò dei progressi in ambito lavorativo, della promozione che sperava di ottenere, del suo amore per Lucia che cresceva ogni giorno di più. La piccola Giulia non smetteva un attimo di parlare: le raccontò dell’asilo, di quel bambino che le piaceva tanto, le fece vedere il suo orsacchiotto preferito.
La più silenziosa era Lucia. Era sempre stata affezionata alla suocera, ma questo prima di quel giorno. Il giorno del Cambiamento, l’avevano chiamato, dopo del quale nulla fu più come prima.
Era andata persino da uno psicologo, all’insaputa di Antonio, per prepararsi… ed ora le sembrava tutto quasi ordinario, quasi normale, una tranquilla domenica in famiglia.
Il problema era quel “quasi”, pensò, mentre Rosa annuiva, sorrideva e annuiva, lo sguardo perso nel vuoto.

-4-

Ora erano soli, Antonio e Rosa, seduti sul divano.
“Mamma, io…”
“Sssshh. Vieni qui”.
Lo abbracciò teneramente, accarezzandogli i capelli, mentre Antonio cercava, senza riuscirci di trattenere le lacrime.
Si staccò con delicatezza dall’abbraccio, cercando di ricomporsi.
“Mamma…”
“Vuoi sempre parlare tu, vero? Continui a non voler mai ascoltare gli altri?”
Antonio tacque.
“Ho pensato molto, in tutto questo tempo. Non abbiamo molto da fare, là, dopotutto.”
“…e?”
“Ho pensato a tutto l’amore che io e papà ti abbiamo dato. Ai sacrifici che abbiamo fatto, per comprarti la bicicletta, per mandarti prima a scuola e poi all’università.
E ho pensato anche a tutte le volte che non mi hai risposto al telefono, o mi hai risposto seccato, mentre io ero sola nel mio monolocale, cercando soltanto qualcuno con cui parlare.
E a quella volta in cui sono dovuta andare in ospedale da sola”.
“…”
“E sai una cosa?
Ho pensato a tutte queste cose, e anche ad un’altra.
Ho pensato che non ho mai smesso di amarti, nonostante tutto.
Ho pensato che rimani sempre mio figlio, quello che si sbucciava sempre le ginocchia cadendo dalla bici, quello che prendeva sempre quattro in matematica.
Ho pensato per tutto questo tempo, aspettando questa giornata che sembrava non arrivare mai, che l’ultimo regalo che potevo farti, il mio dovere, il senso della mia vita era questo: fartelo sapere. Continuare a farti sentire il mio abbraccio, ora e sempre”.

-4-

Mancavano venti minuti alla mezzanotte. Antonio, Lucia e Rosa scesero dall’auto.
Il Giorno dei Morti era giunto quasi al termine.
Altri due volontari li attendevano, davanti al cimitero: Rosa si avvicinò a loro a piccoli passi.
Lucia sussurrò al marito “E’ meglio se vi lascio da soli”, quindi accese una sigaretta e si allontanò.
“Non smetterò mai di amarti, mamma. Ora e sempre”, disse Giulio.
Rosa sorrise.
“Lo so, tesoro. Mi mancherai.”
“Anche tu”.
“…”
Si scambiarono un ultimo abbraccio.
“Beh, all’anno prossimo allora.”
“All’anno prossimo.”
I due volontari la accompagnarono nel cimitero, tenendola per le braccia.
“Mamma!”, gridò Antonio nella notte. Rosa si girò di scatto.
“Portami con te!”
Il volto le si rabbuiò. Scosse la testa.
“Mamma!!!”, gridò Antonio, ancora ed ancora, mentre due guardiani si avvicinavano.