ricominciare

Si gelava come sempre, lassù nel Regno dei Cieli, ma per Dio la temperatura non era un problema. Sorseggiava una piña colada seduto ad un tavolino, sull’immensa terrazza che circondava l’intero Regno, dalla quale poteva godere di una meravigliosa vista sulla totalità dell’universo.
Ma era ormai da milioni di anni che quella vista non gli causava più nessuna emozione. No: che nulla gli causava più emozione.
Tranne quei terrestri.
Quanto l’avevano deluso.
Quanto continuavano a deluderlo, nel loro continuare sistematicamente ad ignorare i suoi insegnamenti e quelli di suo figlio, nel loro fregarsene del prossimo, nel loro pensare solo al denaro.

Oh, lui continuava a sperarci. A sperare in un cambiamento, anche piccolo, anche insignificante. Ma ormai tutto lasciava pensare che la maggior parte di loro fossero spacciati, senza possibilità di redenzione alcuna. Era persino il loro pianeta ad essere spacciato: il cibo, l’aria che respiravano, le radiazioni…
E dire che gliel’aveva consegnato così bello, con l’aria perfettamente pulita, le foreste, gli animali, le montagne.
Era talmente depresso che per tornare a sperare in qualcosa si era creato un dio da pregare ed una cappella in cui recarsi a farlo, ispirandosi ad una chiesetta di campagna che aveva visto in Italia. Il bar in cui era in quel momento, invece, era ad immagine e somiglianza di un piccolo locale di Parigi.

Lasciò la piña colada a metà sul tavolino ed uscì dalla porticina, naturalmente senza pagare: lì non c’erano il denaro, i baristi od i clienti, anche se avrebbe potuto circondarsi di gente in qualsiasi momento. L’aveva anche fatto, in passato, ma poi si era reso conto di preferire la solitudine. L’abitudine a milioni di anni di silenzio non si poteva cancellare facilmente, e poi a fargli compagnia c’era già il vociare continuo che aveva in testa, quello delle preghiere dei terrestri: basso, confuso e persistente, ad ogni ora del giorno e della notte.
Il bar fronteggiava la perfetta replica della piazza di un paesino di provincia. La attraversò lentamente, camminando a testa bassa, per recarsi alla cappella sulla parte opposta.

Aprì il portone ed entrò, poi si inginocchiò su una panca ed iniziò a pregare.
Dopo pochi secondi, il suo dio si manifestò davanti a lui. Un osservatore occasionale avrebbe visto soltanto una nuvola di fumo bianco, nella quale brillava un globo rotante che emanava una luce gialla, illuminando il buio della cappella.

-Eccoti, mio Signore-, disse Dio. -Mi prostro davanti a te confidando nella Tua infinita benevolenza, sperando che tu possa sollevarmi le spalle da questo enorme fardello.-
-I Terrestri, vero?-, gli rispose la nuvola.
-Erano il mio capolavoro. Ma ora… beh, ho voglia di distruggere tutto. Tanto, quelli che credono davvero in me, quelli che mettono in pratica i miei insegnamenti, sono rimasti pochi. Pochissimi. E la gente continua ad affibbiarmi la colpa di qualsiasi cosa, dalle malattie agli incidenti stradali alle occasioni mancate. Ogni tanto cerco di farmi sentire con qualche miracolo, ma sono talmente tante le preghiere ed io sono da solo… non posso accontentarli tutti, non posso…-
La nuvola rimase in silenzio per qualche secondo.
-Fai quello che ti dice il cuore-, disse. Poi sparì, mentre Dio piangeva di un pianto disperato, straziato dalla più infinita e devastante delle solitudini.

Tornò alla terrazza e guardò in basso.
Il nostro pianeta era sempre lì, azzurro, splendido, almeno da quella distanza. Per un momento Dio si ricordò ancora di com’era agli inizi, appena creato.
Ma ormai quello che era fatto era fatto.
Tutta quella distruzione non l’avrebbe lasciato indifferente, ma avrebbe avuto un’eternità di tempo per smaltire il rimorso. Per riflettere sui propri errori, per non ripeterli più, perché anche gli dei possono sbagliare.
E chissà… forse sarebbero tornati ad amarlo come facevano un tempo? Forse era questa, in realtà, l’unica cosa che gli pesava veramente?

Ma ci aveva già pensato sopra per migliaia di anni. Era tempo d’agire, di ricostruire, di tornare a creare.
Chiuse gli occhi, poi li riaprì.
La Terra era tornata meravigliosa, respirabile, completamente vuota.

cambio turno

-Ascolta, ho un grosso favore da chiederti.-
Gli sussurrò qualcosa.
-Ma ti rendi conto di quello che mi stai chiedendo? Non possiamo!-, rispose.
-Non te lo chiederei se non fosse importante, ma ho davvero bisogno che tu mi sostituisca. Non è mai successo, in tutto questo tempo che lavoriamo assieme…-
-Lo so, ma…-
-…piuttosto, immagina la faccia che faranno quando ti vedranno al mio posto!-

Ci pensò su un momento. Forse avrebbe dovuto chiedere prima il permesso al capo, ma chi lo vedeva mai, quello…
Dopotutto era un’amica, sarebbe stato brutto dirle di no. E poi non aveva mai fatto nulla di simile…

-Ok, ok. Ma solo per questa volta, eh?-

Quella sera, il sole non tramontò.
Chissà se un giorno la luna gli restituirà il favore.

io esisto

Poi raccolsi da terra un ramo, ed iniziai a scrivere.
Ero nel parco pubblico di fronte a casa mia, quello stesso parco in cui avevo passato buona parte della mia infanzia. Adoravo andarci a quell’ora, al tramonto, quando non c’era quasi più nessuno, se non pochi temerari ragazzini che forse, se fossero rimasti lì ancora un po’, avrebbero ricevuto una bella sgridata da parte dei genitori.
Quella sera, però, il parco era deserto.
Avanzai ancora un po’, passando tra le panchine e costeggiando lo scivolo, finché mi ritrovai di fronte ad uno spiazzo sabbioso. Una volta aveva contenuto una struttura di sbarre metalliche sulle quali si arrampicavano i bambini, mentre ora era desolatamente vuoto.
Il freddo della sera mi penetrava fin dentro le ossa, mentre le nuvole preannunciavano pioggia. La luce del giorno, ormai, era quasi del tutto svanita.

I miei occhi trattenevano a fatica le lacrime.

Il ramo era davvero pesante. Mi augurai che cadendo non avesse colpito nessuno, mentre iniziavo a tracciare con linee incerte la prima lettera nella sabbia, poi la seconda.
Dopo la quarta mi dovetti ripulire gli occhiali, bagnati dalle lacrime, mentre il mio corpo era scosso dal pianto.
Dopo la sesta, le prime gocce di pioggia avevano iniziato a cadermi addosso.

Ultimai la scritta, poi lasciai cadere il ramo e tornai verso casa. La pioggia ora era diventata un’acquazzone, ero già bagnato fradicio, ma non me ne preoccupai. Le lacrime sarebbero state meno visibili.

Mentre aprivo il portone, ripensavo alla mia vita. A quanto avrei voluto lasciare un segno, uno piccolo, per fare in modo che qualcuno, anche una sola persona, si ricordasse di me. A quanto mi sentissi trascinato dalle circostanze, spettatore di un pessimo film anziché attore. A tutte le volte che avrei voluto fare qualcosa per cambiare, ma poi (per incapacità, pigrizia o paura) avevo rinunciato.

Salii in ascensore verso il sesto piano, poi uscii ed aprii il portone di casa mia. Attraversai il salotto lasciando impronte dappertutto, poi aprii la finestra e mi sporsi a guardare di sotto, mentre la pioggia tornava ad inzupparmi i capelli.

Lo spiazzo sabbioso era sempre lì, vicino agli alberi, ben visibile nella luce dei lampioni che nel frattempo si erano accesi.
La scritta “IO ESISTO”, ormai, era già cancellata quasi del tutto.

the show must go on

(un’altra versione del post di ieri, che in questa veste mi piace un po’ di più)

-Ma perché, PERCHE’?-, strillò di nuovo l’uomo legato alla sedia, gli occhi arrossati e folli di paura, il viso distorto in una maschera di puro terrore.
-Perché tanto lei è già morto dentro-, rispose con voce calda e pacata l’addetto alle pompe funebri, che stava dando gli ultimi ritocchi alla bara in cui l’avrebbe sepolto vivo di lì a poco.
-Lei non ha nemmeno un televisore-, aggiunse, in tono di disprezzo. -Le hanno mostrato gli ultimi dieci vincitori del Grande Fratello e non ne ha riconosciuto nemmeno uno. E legge libri, Dio santo. Libri. Siete soggetti pericolosi, voi, un pericolo per la stabilità della società. Per tutti noi.-
-Lei è pazzo!-, urlò l’uomo a pieni polmoni, in preda ad un terrore disperato, primordiale.
L’addetto collegò un’ultima microtelecamera al rivestimento interno della bara, fischiettando allegramente, poi disse: -Fra un quarto d’ora, finalmente, si accorgerà di cosa vuol dire essere una star. Sa quanti seguono il nostro piccolo show? Duecento milioni di persone ogni sera.-
Interruppe il lavoro e si girò verso l’uomo, sorridendo malignamente. -Non ci faccia fare brutta figura, caro il mio intellettuale: the show must go on. Il pubblico la sta aspettando.-

il tribunale della serenità

-Ma perché, PERCHE’?-, strillò di nuovo l’uomo legato alla sedia, gli occhi arrossati e folli di paura, il viso distorto in una maschera di puro terrore.
-Perché tanto lei è già morto dentro-, rispose pacatamente l’addetto alle pompe funebri, che stava dando gli ultimi ritocchi alla bara in cui l’avrebbe sepolto vivo di lì a poco. -Il Tribunale della Serenità non perdona chi non cura la propria anima, chi non legge libri, chi vive per il denaro. Siete soggetti pericolosi, voi.-
-Lei è pazzo!-, esclamò l’uomo a pieni polmoni, in preda ad un terrore disperato, primordiale.
L’addetto lavorò alla bara ancora per un po’, fischiettando allegramente, poi disse: -Fra un quarto d’ora, finalmente, si accorgerà davvero di quant’era preziosa la vita.-
Interruppe il lavoro e si girò verso l’uomo, sorridendo. -Certe cose si apprezzano davvero solo quando si perdono, no?-