io esisto

novembre 17th, 2017 § 0 comments § permalink

Poi raccolsi da terra un ramo, ed iniziai a scrivere.
Ero nel parco pubblico di fronte a casa mia, quello stesso parco in cui avevo passato buona parte della mia infanzia. Adoravo andarci a quell’ora, al tramonto, quando non c’era quasi più nessuno, se non pochi temerari ragazzini che forse, se fossero rimasti lì ancora un po’, avrebbero ricevuto una bella sgridata da parte dei genitori.
Quella sera, però, il parco era deserto.
Avanzai ancora un po’, passando tra le panchine e costeggiando lo scivolo, finché mi ritrovai di fronte ad uno spiazzo sabbioso. Una volta aveva contenuto una struttura di sbarre metalliche sulle quali si arrampicavano i bambini, mentre ora era desolatamente vuoto.
Il freddo della sera mi penetrava fin dentro le ossa, mentre le nuvole preannunciavano pioggia. La luce del giorno, ormai, era quasi del tutto svanita.

I miei occhi trattenevano a fatica le lacrime.

Il ramo era davvero pesante. Mi augurai che cadendo non avesse colpito nessuno, mentre iniziavo a tracciare con linee incerte la prima lettera nella sabbia, poi la seconda.
Dopo la quarta mi dovetti ripulire gli occhiali, bagnati dalle lacrime, mentre il mio corpo era scosso dal pianto.
Dopo la sesta, le prime gocce di pioggia avevano iniziato a cadermi addosso.

Ultimai la scritta, poi lasciai cadere il ramo e tornai verso casa. La pioggia ora era diventata un’acquazzone, ero già bagnato fradicio, ma non me ne preoccupai. Le lacrime sarebbero state meno visibili.

Mentre aprivo il portone, ripensavo alla mia vita. A quanto avrei voluto lasciare un segno, uno piccolo, per fare in modo che qualcuno, anche una sola persona, si ricordasse di me. A quanto mi sentissi trascinato dalle circostanze, spettatore di un pessimo film anziché attore. A tutte le volte che avrei voluto fare qualcosa per cambiare, ma poi (per incapacità, pigrizia o paura) avevo rinunciato.

Salii in ascensore verso il sesto piano, poi uscii ed aprii il portone di casa mia. Attraversai il salotto lasciando impronte dappertutto, poi aprii la finestra e mi sporsi a guardare di sotto, mentre la pioggia tornava ad inzupparmi i capelli.

Lo spiazzo sabbioso era sempre lì, vicino agli alberi, ben visibile nella luce dei lampioni che nel frattempo si erano accesi.
La scritta “IO ESISTO”, ormai, era già cancellata quasi del tutto.

the show must go on

novembre 10th, 2017 § 0 comments § permalink

(un’altra versione del post di ieri, che in questa veste mi piace un po’ di più)

-Ma perché, PERCHE’?-, strillò di nuovo l’uomo legato alla sedia, gli occhi arrossati e folli di paura, il viso distorto in una maschera di puro terrore.
-Perché tanto lei è già morto dentro-, rispose con voce calda e pacata l’addetto alle pompe funebri, che stava dando gli ultimi ritocchi alla bara in cui l’avrebbe sepolto vivo di lì a poco.
-Lei non ha nemmeno un televisore-, aggiunse, in tono di disprezzo. -Le hanno mostrato gli ultimi dieci vincitori del Grande Fratello e non ne ha riconosciuto nemmeno uno. E legge libri, Dio santo. Libri. Siete soggetti pericolosi, voi, un pericolo per la stabilità della società. Per tutti noi.-
-Lei è pazzo!-, urlò l’uomo a pieni polmoni, in preda ad un terrore disperato, primordiale.
L’addetto collegò un’ultima microtelecamera al rivestimento interno della bara, fischiettando allegramente, poi disse: -Fra un quarto d’ora, finalmente, si accorgerà di cosa vuol dire essere una star. Sa quanti seguono il nostro piccolo show? Duecento milioni di persone ogni sera.-
Interruppe il lavoro e si girò verso l’uomo, sorridendo malignamente. -Non ci faccia fare brutta figura, caro il mio intellettuale: the show must go on. Il pubblico la sta aspettando.-

il tribunale della serenità

novembre 9th, 2017 § 0 comments § permalink

-Ma perché, PERCHE’?-, strillò di nuovo l’uomo legato alla sedia, gli occhi arrossati e folli di paura, il viso distorto in una maschera di puro terrore.
-Perché tanto lei è già morto dentro-, rispose pacatamente l’addetto alle pompe funebri, che stava dando gli ultimi ritocchi alla bara in cui l’avrebbe sepolto vivo di lì a poco. -Il Tribunale della Serenità non perdona chi non cura la propria anima, chi non legge libri, chi vive per il denaro. Siete soggetti pericolosi, voi.-
-Lei è pazzo!-, esclamò l’uomo a pieni polmoni, in preda ad un terrore disperato, primordiale.
L’addetto lavorò alla bara ancora per un po’, fischiettando allegramente, poi disse: -Fra un quarto d’ora, finalmente, si accorgerà davvero di quant’era preziosa la vita.-
Interruppe il lavoro e si girò verso l’uomo, sorridendo. -Certe cose si apprezzano davvero solo quando si perdono, no?-