i miei propositi per l’anno nuovo

gennaio 16th, 2018 § 0 comments § permalink

I miei propositi per l’anno nuovo.

Continuare a respirare il profumo della vita, a respirarlo sempre più forte, fino a farmi esplodere i polmoni.
Scrivere quel libro che ho in testa da mesi, ma senza pubblicarlo, perché la vanità la lascio agli altri.
Meravigliarmi, almeno una volta al giorno.
Continuare a cercare un senso profondo in ogni cosa, in ogni filo d’erba, in ogni alito di vento.
Godermi anche i momenti in cui mi sentirò morire, pregustando il meraviglioso momento in cui risorgerò, perché alla fine si risorge sempre.
Fare un bagno quotidiano nei bei ricordi, per sentirmi salvo.
Tornare a ridere, ma a ridere davvero, perché a volte la vita fa di tutto per farti dimenticare come si fa.
Apprezzare l’imprevisto, ma soprattutto la splendida energia che tiro fuori quando lo affronto.
Non reprimere più l’emozione, un complimento o un sorriso, perché vive davvero solo chi si lascia andare.
E non dimenticare che sono vivo, non dimenticarlo più, non dimenticarlo mai.

rewind

gennaio 13th, 2018 § 0 comments § permalink

E’ da stanotte che questa scena mi gira per la testa. Chissà se diventerà mai un racconto vero e proprio, uno dei tanti che nessuno mai leggerà, o se andrà a finire anche questa nel cimitero dei miei deliri.


Notte.
L’uomo si sveglia, si alza, va in bagno. La sveglia sul comodino, con i suoi caratteri azzurri un po’ troppo luminosi, segna 04:31.
Rientra nella stanza alle 04:34, torna a coricarsi, chiude gli occhi. Tenta di riaddormentarsi.
Passano ventuno minuti.
L’uomo non riesce a riprendere sonno. Riapre gli occhi, poi li richiude. La sveglia segna le 04:55.

La cosa accade qualche minuto dopo, alle 04:58.

Gli occhi chiusi dell’uomo si riempiono all’improvviso di una luce bianca, fortissima, simile al flash di mille macchine fotografiche. Una scossa di terremoto scuote la stanza, o forse è solo il rombo fortissimo di un jet passato a mezzo metro di distanza. Il tutto dura meno di un secondo.
L’uomo scatta a sedere, con il cuore che batte all’impazzata.
“Cristo santo”, esclama. Inizia a sudare. Rimane seduto, immobile, terrorizzato, con la coperta stretta tra le braccia. Non succede nient’altro.
L’uomo tende le orecchie, ma attorno a lui ora è tornato il buio della notte e c’è solo silenzio. Inizia a tranquillizzarsi.
“Forse era solo un dannatissimo sogno”, pensa, mentre respira profondamente, cercando di calmarsi.
La sveglia ora segna le 04:56.
L’uomo torna a sdraiarsi e chiude gli occhi.

Ma niente, il sonno non vuole tornare, specialmente dopo quello che è successo, o che ha sognato, o che crede di aver sognato.
L’uomo punta lo sguardo istintivamente sulla sveglia, che ora segna le 04:46.
“Oh, cazzo”, pensa in un momento di lucidità, per poi scivolare nuovamente nella placida regione tra sonno e veglia.

Riapre gli occhi, all’improvviso, con la sveglia che segna le 04:33. Ora è completamente sveglio.
Ha sentito un rumore sospetto.
C’è qualcuno in bagno… nel *suo* bagno.
Fa la pipì rumorosamente, poi si lava le mani.
L’uomo a letto è terrorizzato, ancora più di prima. Trema letteralmente di paura, ripensando a tutte le storie di cronaca nera lette ultimamente.
Ora l’uomo che era in bagno ha aperto la porta. Si sta incamminando verso la camera… trascinandosi su due ciabatte, a quanto sembra dal rumore. L’uomo a letto è pazzo di paura.
La porta della camera si apre.
I due uomini si guardano in faccia a vicenda e cacciano all’unisono un urlo disumano, lo stesso urlo, con lo stesso timbro di voce.

il treno

dicembre 25th, 2017 § 0 comments § permalink

E quanto sarebbe bello, pensavo, se questo treno di pendolari, ogni mattina, mi portasse non nel paesello in cui lavoro, ma in una città diversa, a sorpresa.
Parigi, Londra, Tokyo, perché i treni dei sogni se ne fregano del mare e delle distanze.

dicembre 25th, 2017 § 0 comments § permalink

(quanta voglia d’eternità, in un caffè macchiato. le auto là fuori si fermano, i pensieri si fermano, il tempo si ferma e quasi vorresti che ti durasse per sempre, un caffè inesauribile, per non consumarti più, per non morire un po’ anche oggi.)

il distributore automatico

dicembre 17th, 2017 § 0 comments § permalink

Osservo incantato questo distributore automatico di bevande calde, mentre mi prepara un caffè macchiato, e me ne torna in mente un altro. Quello delle palline trasparenti, di fronte alla panetteria, con le loro piccole sorprese meravigliose.

Oggi quella panetteria non c’è più. È stata sostituita da una macelleria islamica.

Ma un giorno, lo so, ripasserò da quelle parti, e ancora prima di girare l’angolo sentirò l’odore della focaccia appena sfornata portato dal vento.
Un giorno, lo so, quella panetteria tornerà ad essere dove è sempre stata, e ci sarà anche il distributore automatico, e sulla fessura ci sarà ancora scritto “200 lire”. Tornerò ad incantarmi davanti allo scomparto delle palline, con la cartella sulle spalle, in attesa della mamma che finisce le compere nel negozio e con la segreta speranza di vederla inserire una monetina.

Un giorno, lo so, tornerò ad essere felice.

domenica è sempre domenica

dicembre 17th, 2017 § 0 comments § permalink

Ogni tanto mi piace, nei giorni di festa come questo, fermarmi per un po’ ad osservare la Santa Messa trasmessa in televisione.
Tutta quella gente pacifica, tranquilla, riunita in un rito millenario nel nome di una credenza comune, per qualche minuto mi fa illudere che un mondo migliore sia davvero possibile.
Illusione che si frantuma in un secondo, quando cambio canale e trovo la faccia della D’Urso o la pubblicità di una pomata contro le emorroidi.
Però quant’è bello, essere ancora capace di sognare un po’.

super mario

dicembre 17th, 2017 § 0 comments § permalink

Discettavo di filosofia con Super Mario, sotto un cielo troppo azzurro, all’ombra di un platano di pixel.
“Mario”, gli chiesi, “ma tu cosa fai quando il Nintendo è spento?”
Mi guardò con quel suo sorrisetto fisso stampato sulle labbra.
“Sogno”, rispose, “sogno proprio come fai tu. Sogno di smettere di recitare una parte, di finirla di salvare principesse e colpire mattoni con la testa. Sogno di essere finalmente me stesso.”
Nonostante l’espressione del volto non fosse cambiata, una piccola lacrima gli spuntava dagli occhietti vispi.
Non avevamo null’altro da dirci. Mi alzai in piedi.
“Sogno di salvare anche quelli come te”, aggiunse. “Quelli troppo soli, che si rifugiano nei mondi come il mio quando il loro mondo fa troppo male.”
Mi chinai verso di lui e lo strinsi in un abbraccio fortissimo.
“Mamma mia”, esclamò.
Poi mi allontanai.
Mi diressi verso il mattone sospeso in aria più vicino e tentai di colpirlo con un salto, ma non ci riuscii.

autostorie

dicembre 17th, 2017 § 0 comments § permalink

Eppure, ogni tanto, mi salta ancora in mente la folle idea che vorrei scrivere un nuovo libro, da accompagnare ai due che ho da anni sul pc.
E’ come se avessi tutto quanto già in testa, trame e intrecci e schede dei personaggi, non dovrei nemmeno progettare nulla.
Poi penso a tutto lo sbattimento che ci vorrebbe, e quindi ciaone proprio.
Però sarebbe bello se ci fosse un servizio di scribacchini su commissione, pronti per un prezzo ridicolo a mettere su carta, dopo un colloquio preliminare, quello che hai in testa. Ma non al fine di venderlo o di sottoporlo a un’editrice: per tenermelo io. Per poter leggere la storia che ho in testa e potermela godere, almeno in una prima stesura approssimativa che poi potrei rifinire.
Oppure una specie di casco, che legge le onde cerebrali e le trasforma in un file ben formattato… 🙂

l’uomo che non poteva morire

dicembre 5th, 2017 § 0 comments § permalink

L’uomo che non poteva morire riprovò a suicidarsi quella sera.
Aprì la porta a vetri del balcone del soggiorno, rabbrividendo per il freddo, e si arrampicò sulla ringhiera.
Si fermò un attimo nel buio, respirando aria gelata, e guardò di sotto. Non passava nessuno, a quell’ora. Bene: nessuno si sarebbe spaventato, nessuno avrebbe chiamato la polizia o l’ambulanza.
Si sporse un po’ più avanti, ripensando a quella volta in cui si era tagliato le vene con una lametta da barba (procurandosi soltanto due antiestetici graffi) e a quando, qualche settimana prima, aveva ingerito un intero flacone di pastiglie per la pressione, ottenendo in cambio soltanto una giornata intera passata con la diarrea.

Questa volta sarà diverso, pensò. Il corpo non potrà resistere all’impatto.

Si sporse ancora di più.

Chissà se farà male, pensò. Potrei finire il resto dei miei giorni in ospedale.
Pensò a quelli che dicono “la vita è meravigliosa”, e a quanto basti poco per farti cambiare idea.
Come tre paroline stampate da un computer, su un asettico foglio di carta.
“Metastasi ampiamente diffuse”.
E pensare che aveva passato l’intera vita dedicandosi al più stretto controllo: non fumava, non beveva, era vegetariano, faceva sport. Niente. Tutto inutile.
Sei mesi di vita, gli avevano dato.
Cos’aveva fatto di male, per meritarsi tutto questo, Dio solo lo sapeva, pensò.
E forse era pure felice, di averlo punito in quel modo.

Due lampioni illuminavano il marciapiede, incrociando le luci più o meno nel punto in cui prevedeva che sarebbe finito il suo corpo.
Era giunto il momento.
Sarebbe morto così, in completa solitudine. Forse avrebbero trovato il suo corpo solo qualche ora dopo, forse addirittura il mattino dopo.
Problemi loro.

Chiuse gli occhi e si gettò dalla ringhiera, pensando “Grazie di tutto, Dio”.

La caduta dell’uomo si arrestò a mezz’aria, tra il terzo e il quarto piano.

-Che è successo?-, pensò l’uomo.
Era come se fosse caduto su una piattaforma invisibile, ma l’impatto non gli aveva procurato nessun dolore: stava cadendo, poi ad un certo punto semplicemente non cadeva più.

-E ora?-

Si guardò intorno.
Dietro di lui, il suo condominio. Di sotto, il marciapiede, ora più vicino.
Cercò di alzarsi in piedi… e all’improvviso percepì una straordinaria sensazione. Benessere, come non ne aveva mai provato prima. E leggerezza, una leggerezza assoluta.
Avrebbe quasi potuto…
Si diede un piccolo slancio verso l’alto. Il suo corpo si era alzato di mezzo metro.
Sorrise.

Il suono di una sirena ruppe il silenzio della notte. Stava arrivando la polizia, evidentemente chiamata da uno dei suoi vicini di casa che a quell’ora era ancora sveglio e aveva visto il corpo cadere.
La volante si fermò con uno stridio di freni e ne scesero due agenti. Il primo si allontanò scrutando il marciapiede, alla ricerca del corpo.
Il secondo osservò il condominio, alla ricerca della finestra o del balcone da cui era caduto l’uomo. Lo sguardo gli cadde tra il terzo e il quarto piano.
-Oh, mio Dio-, disse, spalancando gli occhi per lo stupore.

Si affrettò verso la volante. Prese due faretti dal portabagagli, li mise per terra e li puntò verso l’alto, poi chiamò il collega.
-Luca, vieni qui e dimmi che non sto sognando, per favore…-
Puntò il dito verso l’uomo, che fluttuava per aria, girava su se stesso, compiva evoluzioni, faceva capriole. E rideva, e quanto rideva, come non faceva ormai da anni!
I due agenti, da terra, lo fissavano a bocca aperta.

L’uomo volteggiò verso il balcone, quindi rientrò nell’appartamento e si chiuse alle spalle la porta a vetri.
Era un sogno, certo. Non poteva che essere un sogno, vero?
Eppure, quella sensazione di gelo nel corpo era concreta. Ma c’era anche una sensazione di calore, una sensazione meravigliosa, come quella di avere ricevuto un gigantesco abbraccio da una persona che ti vuole bene… e che ha aspettato troppo, troppo tempo per dimostrartelo.
Più che altro, lo stupiva l’avere accettato, quell’abbraccio, in maniera incondizionata: non era da lui, non era nel suo carattere.
Ma d’altra parte i sogni sono strani, no?
Non sapeva per quanto avesse fluttuato nell’aria, ma il suo corpo era stanco e reclamava il sonno. Si buttò sul divano più vicino e si addormentò.

Sul marciapiede, i due agenti si scambiarono uno sguardo d’intesa.
-Noi non abbiamo visto nulla, vero?-, disse Luca.
-Per carità! Cosa dovremo avere visto?-, gli rispose il collega.
Smontarono i faretti, li rimisero nel portabagagli e si allontanarono.

Qualche mese dopo, l’uomo era ancora dal radiologo per un controllo.
Da quella notte era cambiato… qualcosa? No, tutto, o quasi. Il suo atteggiamento mentale, tanto per cominciare: si sentiva più leggero, privo di preoccupazioni. Non pensava più alla malattia o al tempo che gli restava da vivere, né aveva ritentato il suicidio.
Ma soprattutto, il senso di solitudine che lo stava devastando era del tutto scomparso. Non avrebbe saputo spiegarlo a parole, ma era come la sensazione di sentirsi, finalmente, parte di qualcosa. Accettato. Protetto, anche. La sensazione di credere in qualcosa, di avere qualcosa per cui vivere.
Vivere. Che magnifica parola, pensò.

-Beh, che mi venga un colpo-, disse il radiologo.
L’uomo ebbe un sussulto.
-No, no, tranquillo. Credo che la macchina si sia incepp… no, funziona benissimo, invece. Vedo il cuore, i polmoni, tutto.
E vedo che lei… beh, non ho mai visto nulla del genere, ma lei… è sano come un pesce. Le metastasi sono del tutto sparite.-

ricominciare

novembre 27th, 2017 § 0 comments § permalink

Si gelava come sempre, lassù nel Regno dei Cieli, ma per Dio la temperatura non era un problema. Sorseggiava una piña colada seduto ad un tavolino, sull’immensa terrazza che circondava l’intero Regno, dalla quale poteva godere di una meravigliosa vista sulla totalità dell’universo.
Ma era ormai da milioni di anni che quella vista non gli causava più nessuna emozione. No: che nulla gli causava più emozione.
Tranne quei terrestri.
Quanto l’avevano deluso.
Quanto continuavano a deluderlo, nel loro continuare sistematicamente ad ignorare i suoi insegnamenti e quelli di suo figlio, nel loro fregarsene del prossimo, nel loro pensare solo al denaro.

Oh, lui continuava a sperarci. A sperare in un cambiamento, anche piccolo, anche insignificante. Ma ormai tutto lasciava pensare che la maggior parte di loro fossero spacciati, senza possibilità di redenzione alcuna. Era persino il loro pianeta ad essere spacciato: il cibo, l’aria che respiravano, le radiazioni…
E dire che gliel’aveva consegnato così bello, con l’aria perfettamente pulita, le foreste, gli animali, le montagne.
Era talmente depresso che per tornare a sperare in qualcosa si era creato un dio da pregare ed una cappella in cui recarsi a farlo, ispirandosi ad una chiesetta di campagna che aveva visto in Italia. Il bar in cui era in quel momento, invece, era ad immagine e somiglianza di un piccolo locale di Parigi.

Lasciò la piña colada a metà sul tavolino ed uscì dalla porticina, naturalmente senza pagare: lì non c’erano il denaro, i baristi od i clienti, anche se avrebbe potuto circondarsi di gente in qualsiasi momento. L’aveva anche fatto, in passato, ma poi si era reso conto di preferire la solitudine. L’abitudine a milioni di anni di silenzio non si poteva cancellare facilmente, e poi a fargli compagnia c’era già il vociare continuo che aveva in testa, quello delle preghiere dei terrestri: basso, confuso e persistente, ad ogni ora del giorno e della notte.
Il bar fronteggiava la perfetta replica della piazza di un paesino di provincia. La attraversò lentamente, camminando a testa bassa, per recarsi alla cappella sulla parte opposta.

Aprì il portone ed entrò, poi si inginocchiò su una panca ed iniziò a pregare.
Dopo pochi secondi, il suo dio si manifestò davanti a lui. Un osservatore occasionale avrebbe visto soltanto una nuvola di fumo bianco, nella quale brillava un globo rotante che emanava una luce gialla, illuminando il buio della cappella.

-Eccoti, mio Signore-, disse Dio. -Mi prostro davanti a te confidando nella Tua infinita benevolenza, sperando che tu possa sollevarmi le spalle da questo enorme fardello.-
-I Terrestri, vero?-, gli rispose la nuvola.
-Erano il mio capolavoro. Ma ora… beh, ho voglia di distruggere tutto. Tanto, quelli che credono davvero in me, quelli che mettono in pratica i miei insegnamenti, sono rimasti pochi. Pochissimi. E la gente continua ad affibbiarmi la colpa di qualsiasi cosa, dalle malattie agli incidenti stradali alle occasioni mancate. Ogni tanto cerco di farmi sentire con qualche miracolo, ma sono talmente tante le preghiere ed io sono da solo… non posso accontentarli tutti, non posso…-
La nuvola rimase in silenzio per qualche secondo.
-Fai quello che ti dice il cuore-, disse. Poi sparì, mentre Dio piangeva di un pianto disperato, straziato dalla più infinita e devastante delle solitudini.

Tornò alla terrazza e guardò in basso.
Il nostro pianeta era sempre lì, azzurro, splendido, almeno da quella distanza. Per un momento Dio si ricordò ancora di com’era agli inizi, appena creato.
Ma ormai quello che era fatto era fatto.
Tutta quella distruzione non l’avrebbe lasciato indifferente, ma avrebbe avuto un’eternità di tempo per smaltire il rimorso. Per riflettere sui propri errori, per non ripeterli più, perché anche gli dei possono sbagliare.
E chissà… forse sarebbero tornati ad amarlo come facevano un tempo? Forse era questa, in realtà, l’unica cosa che gli pesava veramente?

Ma ci aveva già pensato sopra per migliaia di anni. Era tempo d’agire, di ricostruire, di tornare a creare.
Chiuse gli occhi, poi li riaprì.
La Terra era tornata meravigliosa, respirabile, completamente vuota.