cambio turno

novembre 20th, 2017 § 0 comments § permalink

-Ascolta, ho un grosso favore da chiederti.-
Gli sussurrò qualcosa.
-Ma ti rendi conto di quello che mi stai chiedendo? Non possiamo!-, rispose.
-Non te lo chiederei se non fosse importante, ma ho davvero bisogno che tu mi sostituisca. Non è mai successo, in tutto questo tempo che lavoriamo assieme…-
-Lo so, ma…-
-…piuttosto, immagina la faccia che faranno quando ti vedranno al mio posto!-

Ci pensò su un momento. Forse avrebbe dovuto chiedere prima il permesso al capo, ma chi lo vedeva mai, quello…
Dopotutto era un’amica, sarebbe stato brutto dirle di no. E poi non aveva mai fatto nulla di simile…

-Ok, ok. Ma solo per questa volta, eh?-

Quella sera, il sole non tramontò.
Chissà se un giorno la luna gli restituirà il favore.

io esisto

novembre 17th, 2017 § 0 comments § permalink

Poi raccolsi da terra un ramo, ed iniziai a scrivere.
Ero nel parco pubblico di fronte a casa mia, quello stesso parco in cui avevo passato buona parte della mia infanzia. Adoravo andarci a quell’ora, al tramonto, quando non c’era quasi più nessuno, se non pochi temerari ragazzini che forse, se fossero rimasti lì ancora un po’, avrebbero ricevuto una bella sgridata da parte dei genitori.
Quella sera, però, il parco era deserto.
Avanzai ancora un po’, passando tra le panchine e costeggiando lo scivolo, finché mi ritrovai di fronte ad uno spiazzo sabbioso. Una volta aveva contenuto una struttura di sbarre metalliche sulle quali si arrampicavano i bambini, mentre ora era desolatamente vuoto.
Il freddo della sera mi penetrava fin dentro le ossa, mentre le nuvole preannunciavano pioggia. La luce del giorno, ormai, era quasi del tutto svanita.

I miei occhi trattenevano a fatica le lacrime.

Il ramo era davvero pesante. Mi augurai che cadendo non avesse colpito nessuno, mentre iniziavo a tracciare con linee incerte la prima lettera nella sabbia, poi la seconda.
Dopo la quarta mi dovetti ripulire gli occhiali, bagnati dalle lacrime, mentre il mio corpo era scosso dal pianto.
Dopo la sesta, le prime gocce di pioggia avevano iniziato a cadermi addosso.

Ultimai la scritta, poi lasciai cadere il ramo e tornai verso casa. La pioggia ora era diventata un’acquazzone, ero già bagnato fradicio, ma non me ne preoccupai. Le lacrime sarebbero state meno visibili.

Mentre aprivo il portone, ripensavo alla mia vita. A quanto avrei voluto lasciare un segno, uno piccolo, per fare in modo che qualcuno, anche una sola persona, si ricordasse di me. A quanto mi sentissi trascinato dalle circostanze, spettatore di un pessimo film anziché attore. A tutte le volte che avrei voluto fare qualcosa per cambiare, ma poi (per incapacità, pigrizia o paura) avevo rinunciato.

Salii in ascensore verso il sesto piano, poi uscii ed aprii il portone di casa mia. Attraversai il salotto lasciando impronte dappertutto, poi aprii la finestra e mi sporsi a guardare di sotto, mentre la pioggia tornava ad inzupparmi i capelli.

Lo spiazzo sabbioso era sempre lì, vicino agli alberi, ben visibile nella luce dei lampioni che nel frattempo si erano accesi.
La scritta “IO ESISTO”, ormai, era già cancellata quasi del tutto.

the show must go on

novembre 10th, 2017 § 0 comments § permalink

(un’altra versione del post di ieri, che in questa veste mi piace un po’ di più)

-Ma perché, PERCHE’?-, strillò di nuovo l’uomo legato alla sedia, gli occhi arrossati e folli di paura, il viso distorto in una maschera di puro terrore.
-Perché tanto lei è già morto dentro-, rispose con voce calda e pacata l’addetto alle pompe funebri, che stava dando gli ultimi ritocchi alla bara in cui l’avrebbe sepolto vivo di lì a poco.
-Lei non ha nemmeno un televisore-, aggiunse, in tono di disprezzo. -Le hanno mostrato gli ultimi dieci vincitori del Grande Fratello e non ne ha riconosciuto nemmeno uno. E legge libri, Dio santo. Libri. Siete soggetti pericolosi, voi, un pericolo per la stabilità della società. Per tutti noi.-
-Lei è pazzo!-, urlò l’uomo a pieni polmoni, in preda ad un terrore disperato, primordiale.
L’addetto collegò un’ultima microtelecamera al rivestimento interno della bara, fischiettando allegramente, poi disse: -Fra un quarto d’ora, finalmente, si accorgerà di cosa vuol dire essere una star. Sa quanti seguono il nostro piccolo show? Duecento milioni di persone ogni sera.-
Interruppe il lavoro e si girò verso l’uomo, sorridendo malignamente. -Non ci faccia fare brutta figura, caro il mio intellettuale: the show must go on. Il pubblico la sta aspettando.-

il tribunale della serenità

novembre 9th, 2017 § 0 comments § permalink

-Ma perché, PERCHE’?-, strillò di nuovo l’uomo legato alla sedia, gli occhi arrossati e folli di paura, il viso distorto in una maschera di puro terrore.
-Perché tanto lei è già morto dentro-, rispose pacatamente l’addetto alle pompe funebri, che stava dando gli ultimi ritocchi alla bara in cui l’avrebbe sepolto vivo di lì a poco. -Il Tribunale della Serenità non perdona chi non cura la propria anima, chi non legge libri, chi vive per il denaro. Siete soggetti pericolosi, voi.-
-Lei è pazzo!-, esclamò l’uomo a pieni polmoni, in preda ad un terrore disperato, primordiale.
L’addetto lavorò alla bara ancora per un po’, fischiettando allegramente, poi disse: -Fra un quarto d’ora, finalmente, si accorgerà davvero di quant’era preziosa la vita.-
Interruppe il lavoro e si girò verso l’uomo, sorridendo. -Certe cose si apprezzano davvero solo quando si perdono, no?-

blatte da tastiera

agosto 21st, 2017 § 0 comments § permalink

Ma dopotutto un po’ mi piacete ancora, voi blatte da tastiera che infettate quotidianamente i social. Mi piace immaginare di osservarvi, mentre vi state agitando come batteri impazziti sotto il vetrino di un microscopio. La vostra totale assenza di civiltà continua a sorprendermi, ogni giorno di più.
E’ stupefacente notare, ad esempio, quanto siate capaci, sotto post che parlano di qualunque argomento (chessò, la morte di Jerry Lewis, il calcio, la fusione fredda), di mettervi allegramente a parlare di tutt’altro, di solito di politica e della questione immigrati. Come se le cose che vi indignano di più siano le sole di cui la gente sia autorizzata a parlare, perché l’avete deciso voi in quel preciso istante, e guai, guai a contestarvi, poveri cucciolotti in cerca di attenzione! Siete talmente tristi nel vostro blaterare che a volte mi viene voglia di prendere uno di voi e di dargli un pizzicotto sulla guancia.
E’ pateticamente comico il vostro tono eternamente incazzato, pieno di livore verso l’universo. Il modo in cui insultate perfetti sconosciuti, rei di avere contraddetto una vostra insindacabile tesi. A volte mi ricordate un po’ quei cagnetti che non smettono mai di abbaiare, solo che magari loro hanno qualche ragione in più di voi per farlo.
E’ vergognosamente disumano il vostro razzismo sempre più esplicito, sempre meno trattenuto. Siete riusciti ad infettare in parte anche me: quanto vorrei cacciare *voi* dall’Italia, perché voi sì che siete “diversi”, ma lo siete davvero!
Abbassate la cresta, Dio santo: dopotutto cagate anche voi, o no?

Ma tanto avete vinto, lo so bene.
Non sarà certo una legge a bloccarvi, perché i tribunali sono già intasati; non sarà Facebook, perchè a Facebook interessa soltanto avere più gente possibile a cui mostrare pubblicità.
Siete perfettamente riusciti nella vostra missione, care le mie pantegane da tastiera: rovinarci questa opportunità di diventare un paese migliore e più civile. Perché si diventa più civili anche con la discussione comune, col ragionamento pacato e collettivo, col riconoscimento dei propri errori. Con l’aprirsi agli altri: bianchi o neri, cattolici o musulmani che siano.
Proprio quegli “altri” di cui avete questa patetica, comica, fottutissima paura.

Svegliatevi, imbecilli. Siamo un sacco di gente, su questo pianeta: il mondo non gira attorno a voi.

desideri

agosto 10th, 2017 § 0 comments § permalink

Il cielo era sereno e punteggiato di stelle in modo quasi irreale, quella notte del 10 agosto. Ne avevo approfittato anch’io, come tante persone, per attendere una stella cadente e poter esprimere il mio desiderio.
Nel frattempo ammiravo lo spettacolo di una luna magnifica, incantato come un bambino, cercando di distinguere qualche costellazione attingendo ai ricordi di tanti e tanti anni prima.

Ad un certo punto, mi parve di vedere una stella muoversi.
No, non stava “cadendo“: si stava solo spostando, lentamente, dal punto in cui era.

Mi strofinai gli occhi. Ero sobrio, vi giuro.

Poi anche le stelle vicine, piano piano, cambiarono di posizione.
Era uno spettacolo incredibile.

Stavano formando un disegno.

Ci misi un po’ a capire che il disegno era la rappresentazione, schematica ma assolutamente riconoscibile, di un dito medio alzato.

l’uomo che non poteva andare in vacanza

agosto 4th, 2017 § 0 comments § permalink

L’uomo che non poteva andare in vacanza ci riprovò anche quell’anno.
“Questa volta ce la farò”, aveva pensato tra sé e sé più volte, mentre percorreva l’autostrada.
Aprì la porta della casa al mare, acquistata coi risparmi di una vita ma mai utilizzata, cercò a tastoni l’interruttore ed accese la luce.
Si ritrovò nel suo ufficio di Milano, in infradito e bermuda e con la valigia ancora in mano, davanti alla giovane receptionist, che scoppiò a ridergli in faccia.

simulacri

agosto 3rd, 2017 § 0 comments § permalink

Una volta scrivevo cose, per lo più in privato (qualcuna anche in pubblico), poi ho smesso.
Un po’ perché scrivere è sanguinare, ed ero stufo di dover ripulire tutte le volte la tastiera.
Ma anche perché sono un tipo che, da buon Vergine, ama la precisione… mentre invece, con la scrittura, dovevo confrontarmi di continuo, ad ogni parola, ad ogni riga, con l’approssimazione.

Le parole sono simulacri: scrivere è soltanto la rappresentazione approssimativa di una realtà, di un pensiero o di una fantasia. Si crea uno scheletro, il resto lo riempiono i lettori con le loro esperienze, la loro capacità immaginativa, le loro deduzioni più o meno logiche.
Ogni storia è incompleta: quella raccontata in un libro, in un film o in un quadro, quella che ti racconta il tuo amico del cuore parlandoti della ragazza appena conosciuta. La realtà non è mai rappresentabile nella totalità dei suoi aspetti.

E anche la storia della nostra vita non sfugge alla regola, no? Non è forse anch’essa l’approssimazione di una vita vera e vissuta pienamente, dei nostri desideri, delle nostre speranze?
Il lavoro che sei costretto a svolgere ogni giorno, ma che non è quello che volevi fare. La tua automobile, ormai ridotta ad un ferrovecchio. Il figlio meraviglioso che avevi, prima che quello stramaledetto incidente te lo portasse via.

Siamo tutti fabbricanti di sogni, modesti artigiani, scultori d’amori che non sono per sempre, di desideri colorati come arcobaleni, fragili ed evanescenti come bolle di sapone.
Speriamo sempre nell’utopia, nel riuscire a trovare, un giorno, la quadratura del cerchio, quel magico quid che ci faccia interrompere, un giorno, quella continua e costante ricerca, che ormai è parte di noi come il nostro respiro.

E’ impossibile, un po’ l’hai sempre saputo.
Non accadrà mai, non troverai mai nulla.
Ma continui, continui a cercare.
E Dio, quanto siamo belli quando continuiamo a provarci, sorridendo e credendo di crederci ancora.

E forse la felicità è proprio questo, è solo questo.
Credere di crederci ancora, nonostante tutto.

tic tac

luglio 23rd, 2017 § 0 comments § permalink

Il giorno in cui ho smesso di essere felice è stato il giorno in cui ho capito che avrei dovuto scegliere: il lavoro, i film, la compagnia. Tutto. E per ogni scelta fatta me ne sarei precluse altre, perché il tempo è limitato e l’orologio ticchetta, ticchetta sempre quel maledetto.
E’ stato il giorno in cui ho capito che avrei perso milioni di film, che non avrei letto milioni di libri, che non avrei conosciuto miliardi di persone.
La libertà di scelta è una gran puttana: ti invoglia con le sue grazie, ti fa credere di essere il padrone del mondo, poi il tuo tempo è finito e tanti saluti, tesorino.

Volevo con tutto me stesso diventare grande, in un mondo che mi sembrava infinito e tutto per me.
Ma non faccio altro che diventare più piccolo, ogni giorno che passa.

il cuscino

luglio 22nd, 2017 § 0 comments § permalink

E allora ti attacchi a qualsiasi cosa, come una zecca.
Ti attacchi ad una canzone, al sole che splende, al sorriso di una ragazza intravista su Facebook, una che non conosci e che magari in realtà è un barbuto cinquantenne con la pancia.
Ti attacchi ad un banale cambio di prospettiva, ti siedi a sinistra sull’autobus anziché a destra come fai sempre, soltanto per introdurre una variazione alla routine, un imprevisto, un qualcosa di nuovo.
Usi lo sguardo per cercare il bello, disperato come un cane alla ricerca del padrone. Lo trovi nelle cose più disparate: in un albero, in un fiore che cresce solitario in un praticello malandato, nella geometria delle pietre che ricoprono una piazza o un vialetto. Nella speranza che domani, per qualche strano motivo, potrebbe pure essere un giorno migliore.
Ti attacchi e cerchi il bello, ti attacchi e cerchi, cerchi e ti attacchi.
Poi ti fermi per un secondo… e trovi lo spillo, no? Ti accorgi all’improvviso, anche se in realtà già lo sapevi, che basta un nulla per sgonfiare quel gigantesco cuscino di gomma che ti schiacciava la faccia e non ti faceva respirare, che non ti faceva ridere più, che non ti faceva vedere più la vita per com’è davvero.
E finalmente riesci a pungerlo, quello stramaledetto cuscino, anche se in realtà si stava già sgonfiando da solo.
Piano piano diventa piccolo, sempre più piccolo, fino a sparire.
Fino alla prossima volta.
Tra un giorno, un mese, sei mesi, quando sarà.
Ma sempre a tradimento, quando meno te l’aspetti.

E chissà se la prossima volta lo troverai ancora, quello spillo.