l’uomo che non poteva morire

dicembre 5th, 2017 § 0 comments § permalink

L’uomo che non poteva morire riprovò a suicidarsi quella sera.
Aprì la porta a vetri del balcone del soggiorno, rabbrividendo per il freddo, e si arrampicò sulla ringhiera.
Si fermò un attimo nel buio, respirando aria gelata, e guardò di sotto. Non passava nessuno, a quell’ora. Bene: nessuno si sarebbe spaventato, nessuno avrebbe chiamato la polizia o l’ambulanza.
Si sporse un po’ più avanti, ripensando a quella volta in cui si era tagliato le vene con una lametta da barba (procurandosi soltanto due antiestetici graffi) e a quando, qualche settimana prima, aveva ingerito un intero flacone di pastiglie per la pressione, ottenendo in cambio soltanto una giornata intera passata con la diarrea.

Questa volta sarà diverso, pensò. Il corpo non potrà resistere all’impatto.

Si sporse ancora di più.

Chissà se farà male, pensò. Potrei finire il resto dei miei giorni in ospedale.
Pensò a quelli che dicono “la vita è meravigliosa”, e a quanto basti poco per farti cambiare idea.
Come tre paroline stampate da un computer, su un asettico foglio di carta.
“Metastasi ampiamente diffuse”.
E pensare che aveva passato l’intera vita dedicandosi al più stretto controllo: non fumava, non beveva, era vegetariano, faceva sport. Niente. Tutto inutile.
Sei mesi di vita, gli avevano dato.
Cos’aveva fatto di male, per meritarsi tutto questo, Dio solo lo sapeva, pensò.
E forse era pure felice, di averlo punito in quel modo.

Due lampioni illuminavano il marciapiede, incrociando le luci più o meno nel punto in cui prevedeva che sarebbe finito il suo corpo.
Era giunto il momento.
Sarebbe morto così, in completa solitudine. Forse avrebbero trovato il suo corpo solo qualche ora dopo, forse addirittura il mattino dopo.
Problemi loro.

Chiuse gli occhi e si gettò dalla ringhiera, pensando “Grazie di tutto, Dio”.

La caduta dell’uomo si arrestò a mezz’aria, tra il terzo e il quarto piano.

-Che è successo?-, pensò l’uomo.
Era come se fosse caduto su una piattaforma invisibile, ma l’impatto non gli aveva procurato nessun dolore: stava cadendo, poi ad un certo punto semplicemente non cadeva più.

-E ora?-

Si guardò intorno.
Dietro di lui, il suo condominio. Di sotto, il marciapiede, ora più vicino.
Cercò di alzarsi in piedi… e all’improvviso percepì una straordinaria sensazione. Benessere, come non ne aveva mai provato prima. E leggerezza, una leggerezza assoluta.
Avrebbe quasi potuto…
Si diede un piccolo slancio verso l’alto. Il suo corpo si era alzato di mezzo metro.
Sorrise.

Il suono di una sirena ruppe il silenzio della notte. Stava arrivando la polizia, evidentemente chiamata da uno dei suoi vicini di casa che a quell’ora era ancora sveglio e aveva visto il corpo cadere.
La volante si fermò con uno stridio di freni e ne scesero due agenti. Il primo si allontanò scrutando il marciapiede, alla ricerca del corpo.
Il secondo osservò il condominio, alla ricerca della finestra o del balcone da cui era caduto l’uomo. Lo sguardo gli cadde tra il terzo e il quarto piano.
-Oh, mio Dio-, disse, spalancando gli occhi per lo stupore.

Si affrettò verso la volante. Prese due faretti dal portabagagli, li mise per terra e li puntò verso l’alto, poi chiamò il collega.
-Luca, vieni qui e dimmi che non sto sognando, per favore…-
Puntò il dito verso l’uomo, che fluttuava per aria, girava su se stesso, compiva evoluzioni, faceva capriole. E rideva, e quanto rideva, come non faceva ormai da anni!
I due agenti, da terra, lo fissavano a bocca aperta.

L’uomo volteggiò verso il balcone, quindi rientrò nell’appartamento e si chiuse alle spalle la porta a vetri.
Era un sogno, certo. Non poteva che essere un sogno, vero?
Eppure, quella sensazione di gelo nel corpo era concreta. Ma c’era anche una sensazione di calore, una sensazione meravigliosa, come quella di avere ricevuto un gigantesco abbraccio da una persona che ti vuole bene… e che ha aspettato troppo, troppo tempo per dimostrartelo.
Più che altro, lo stupiva l’avere accettato, quell’abbraccio, in maniera incondizionata: non era da lui, non era nel suo carattere.
Ma d’altra parte i sogni sono strani, no?
Non sapeva per quanto avesse fluttuato nell’aria, ma il suo corpo era stanco e reclamava il sonno. Si buttò sul divano più vicino e si addormentò.

Sul marciapiede, i due agenti si scambiarono uno sguardo d’intesa.
-Noi non abbiamo visto nulla, vero?-, disse Luca.
-Per carità! Cosa dovremo avere visto?-, gli rispose il collega.
Smontarono i faretti, li rimisero nel portabagagli e si allontanarono.

Qualche mese dopo, l’uomo era ancora dal radiologo per un controllo.
Da quella notte era cambiato… qualcosa? No, tutto, o quasi. Il suo atteggiamento mentale, tanto per cominciare: si sentiva più leggero, privo di preoccupazioni. Non pensava più alla malattia o al tempo che gli restava da vivere, né aveva ritentato il suicidio.
Ma soprattutto, il senso di solitudine che lo stava devastando era del tutto scomparso. Non avrebbe saputo spiegarlo a parole, ma era come la sensazione di sentirsi, finalmente, parte di qualcosa. Accettato. Protetto, anche. La sensazione di credere in qualcosa, di avere qualcosa per cui vivere.
Vivere. Che magnifica parola, pensò.

-Beh, che mi venga un colpo-, disse il radiologo.
L’uomo ebbe un sussulto.
-No, no, tranquillo. Credo che la macchina si sia incepp… no, funziona benissimo, invece. Vedo il cuore, i polmoni, tutto.
E vedo che lei… beh, non ho mai visto nulla del genere, ma lei… è sano come un pesce. Le metastasi sono del tutto sparite.-

ricominciare

novembre 27th, 2017 § 0 comments § permalink

Si gelava come sempre, lassù nel Regno dei Cieli, ma per Dio la temperatura non era un problema. Sorseggiava una piña colada seduto ad un tavolino, sull’immensa terrazza che circondava l’intero Regno, dalla quale poteva godere di una meravigliosa vista sulla totalità dell’universo.
Ma era ormai da milioni di anni che quella vista non gli causava più nessuna emozione. No: che nulla gli causava più emozione.
Tranne quei terrestri.
Quanto l’avevano deluso.
Quanto continuavano a deluderlo, nel loro continuare sistematicamente ad ignorare i suoi insegnamenti e quelli di suo figlio, nel loro fregarsene del prossimo, nel loro pensare solo al denaro.

Oh, lui continuava a sperarci. A sperare in un cambiamento, anche piccolo, anche insignificante. Ma ormai tutto lasciava pensare che la maggior parte di loro fossero spacciati, senza possibilità di redenzione alcuna. Era persino il loro pianeta ad essere spacciato: il cibo, l’aria che respiravano, le radiazioni…
E dire che gliel’aveva consegnato così bello, con l’aria perfettamente pulita, le foreste, gli animali, le montagne.
Era talmente depresso che per tornare a sperare in qualcosa si era creato un dio da pregare ed una cappella in cui recarsi a farlo, ispirandosi ad una chiesetta di campagna che aveva visto in Italia. Il bar in cui era in quel momento, invece, era ad immagine e somiglianza di un piccolo locale di Parigi.

Lasciò la piña colada a metà sul tavolino ed uscì dalla porticina, naturalmente senza pagare: lì non c’erano il denaro, i baristi od i clienti, anche se avrebbe potuto circondarsi di gente in qualsiasi momento. L’aveva anche fatto, in passato, ma poi si era reso conto di preferire la solitudine. L’abitudine a milioni di anni di silenzio non si poteva cancellare facilmente, e poi a fargli compagnia c’era già il vociare continuo che aveva in testa, quello delle preghiere dei terrestri: basso, confuso e persistente, ad ogni ora del giorno e della notte.
Il bar fronteggiava la perfetta replica della piazza di un paesino di provincia. La attraversò lentamente, camminando a testa bassa, per recarsi alla cappella sulla parte opposta.

Aprì il portone ed entrò, poi si inginocchiò su una panca ed iniziò a pregare.
Dopo pochi secondi, il suo dio si manifestò davanti a lui. Un osservatore occasionale avrebbe visto soltanto una nuvola di fumo bianco, nella quale brillava un globo rotante che emanava una luce gialla, illuminando il buio della cappella.

-Eccoti, mio Signore-, disse Dio. -Mi prostro davanti a te confidando nella Tua infinita benevolenza, sperando che tu possa sollevarmi le spalle da questo enorme fardello.-
-I Terrestri, vero?-, gli rispose la nuvola.
-Erano il mio capolavoro. Ma ora… beh, ho voglia di distruggere tutto. Tanto, quelli che credono davvero in me, quelli che mettono in pratica i miei insegnamenti, sono rimasti pochi. Pochissimi. E la gente continua ad affibbiarmi la colpa di qualsiasi cosa, dalle malattie agli incidenti stradali alle occasioni mancate. Ogni tanto cerco di farmi sentire con qualche miracolo, ma sono talmente tante le preghiere ed io sono da solo… non posso accontentarli tutti, non posso…-
La nuvola rimase in silenzio per qualche secondo.
-Fai quello che ti dice il cuore-, disse. Poi sparì, mentre Dio piangeva di un pianto disperato, straziato dalla più infinita e devastante delle solitudini.

Tornò alla terrazza e guardò in basso.
Il nostro pianeta era sempre lì, azzurro, splendido, almeno da quella distanza. Per un momento Dio si ricordò ancora di com’era agli inizi, appena creato.
Ma ormai quello che era fatto era fatto.
Tutta quella distruzione non l’avrebbe lasciato indifferente, ma avrebbe avuto un’eternità di tempo per smaltire il rimorso. Per riflettere sui propri errori, per non ripeterli più, perché anche gli dei possono sbagliare.
E chissà… forse sarebbero tornati ad amarlo come facevano un tempo? Forse era questa, in realtà, l’unica cosa che gli pesava veramente?

Ma ci aveva già pensato sopra per migliaia di anni. Era tempo d’agire, di ricostruire, di tornare a creare.
Chiuse gli occhi, poi li riaprì.
La Terra era tornata meravigliosa, respirabile, completamente vuota.

cambio turno

novembre 20th, 2017 § 0 comments § permalink

-Ascolta, ho un grosso favore da chiederti.-
Gli sussurrò qualcosa.
-Ma ti rendi conto di quello che mi stai chiedendo? Non possiamo!-, rispose.
-Non te lo chiederei se non fosse importante, ma ho davvero bisogno che tu mi sostituisca. Non è mai successo, in tutto questo tempo che lavoriamo assieme…-
-Lo so, ma…-
-…piuttosto, immagina la faccia che faranno quando ti vedranno al mio posto!-

Ci pensò su un momento. Forse avrebbe dovuto chiedere prima il permesso al capo, ma chi lo vedeva mai, quello…
Dopotutto era un’amica, sarebbe stato brutto dirle di no. E poi non aveva mai fatto nulla di simile…

-Ok, ok. Ma solo per questa volta, eh?-

Quella sera, il sole non tramontò.
Chissà se un giorno la luna gli restituirà il favore.

io esisto

novembre 17th, 2017 § 0 comments § permalink

Poi raccolsi da terra un ramo, ed iniziai a scrivere.
Ero nel parco pubblico di fronte a casa mia, quello stesso parco in cui avevo passato buona parte della mia infanzia. Adoravo andarci a quell’ora, al tramonto, quando non c’era quasi più nessuno, se non pochi temerari ragazzini che forse, se fossero rimasti lì ancora un po’, avrebbero ricevuto una bella sgridata da parte dei genitori.
Quella sera, però, il parco era deserto.
Avanzai ancora un po’, passando tra le panchine e costeggiando lo scivolo, finché mi ritrovai di fronte ad uno spiazzo sabbioso. Una volta aveva contenuto una struttura di sbarre metalliche sulle quali si arrampicavano i bambini, mentre ora era desolatamente vuoto.
Il freddo della sera mi penetrava fin dentro le ossa, mentre le nuvole preannunciavano pioggia. La luce del giorno, ormai, era quasi del tutto svanita.

I miei occhi trattenevano a fatica le lacrime.

Il ramo era davvero pesante. Mi augurai che cadendo non avesse colpito nessuno, mentre iniziavo a tracciare con linee incerte la prima lettera nella sabbia, poi la seconda.
Dopo la quarta mi dovetti ripulire gli occhiali, bagnati dalle lacrime, mentre il mio corpo era scosso dal pianto.
Dopo la sesta, le prime gocce di pioggia avevano iniziato a cadermi addosso.

Ultimai la scritta, poi lasciai cadere il ramo e tornai verso casa. La pioggia ora era diventata un’acquazzone, ero già bagnato fradicio, ma non me ne preoccupai. Le lacrime sarebbero state meno visibili.

Mentre aprivo il portone, ripensavo alla mia vita. A quanto avrei voluto lasciare un segno, uno piccolo, per fare in modo che qualcuno, anche una sola persona, si ricordasse di me. A quanto mi sentissi trascinato dalle circostanze, spettatore di un pessimo film anziché attore. A tutte le volte che avrei voluto fare qualcosa per cambiare, ma poi (per incapacità, pigrizia o paura) avevo rinunciato.

Salii in ascensore verso il sesto piano, poi uscii ed aprii il portone di casa mia. Attraversai il salotto lasciando impronte dappertutto, poi aprii la finestra e mi sporsi a guardare di sotto, mentre la pioggia tornava ad inzupparmi i capelli.

Lo spiazzo sabbioso era sempre lì, vicino agli alberi, ben visibile nella luce dei lampioni che nel frattempo si erano accesi.
La scritta “IO ESISTO”, ormai, era già cancellata quasi del tutto.

the show must go on

novembre 10th, 2017 § 0 comments § permalink

(un’altra versione del post di ieri, che in questa veste mi piace un po’ di più)

-Ma perché, PERCHE’?-, strillò di nuovo l’uomo legato alla sedia, gli occhi arrossati e folli di paura, il viso distorto in una maschera di puro terrore.
-Perché tanto lei è già morto dentro-, rispose con voce calda e pacata l’addetto alle pompe funebri, che stava dando gli ultimi ritocchi alla bara in cui l’avrebbe sepolto vivo di lì a poco.
-Lei non ha nemmeno un televisore-, aggiunse, in tono di disprezzo. -Le hanno mostrato gli ultimi dieci vincitori del Grande Fratello e non ne ha riconosciuto nemmeno uno. E legge libri, Dio santo. Libri. Siete soggetti pericolosi, voi, un pericolo per la stabilità della società. Per tutti noi.-
-Lei è pazzo!-, urlò l’uomo a pieni polmoni, in preda ad un terrore disperato, primordiale.
L’addetto collegò un’ultima microtelecamera al rivestimento interno della bara, fischiettando allegramente, poi disse: -Fra un quarto d’ora, finalmente, si accorgerà di cosa vuol dire essere una star. Sa quanti seguono il nostro piccolo show? Duecento milioni di persone ogni sera.-
Interruppe il lavoro e si girò verso l’uomo, sorridendo malignamente. -Non ci faccia fare brutta figura, caro il mio intellettuale: the show must go on. Il pubblico la sta aspettando.-

il tribunale della serenità

novembre 9th, 2017 § 0 comments § permalink

-Ma perché, PERCHE’?-, strillò di nuovo l’uomo legato alla sedia, gli occhi arrossati e folli di paura, il viso distorto in una maschera di puro terrore.
-Perché tanto lei è già morto dentro-, rispose pacatamente l’addetto alle pompe funebri, che stava dando gli ultimi ritocchi alla bara in cui l’avrebbe sepolto vivo di lì a poco. -Il Tribunale della Serenità non perdona chi non cura la propria anima, chi non legge libri, chi vive per il denaro. Siete soggetti pericolosi, voi.-
-Lei è pazzo!-, esclamò l’uomo a pieni polmoni, in preda ad un terrore disperato, primordiale.
L’addetto lavorò alla bara ancora per un po’, fischiettando allegramente, poi disse: -Fra un quarto d’ora, finalmente, si accorgerà davvero di quant’era preziosa la vita.-
Interruppe il lavoro e si girò verso l’uomo, sorridendo. -Certe cose si apprezzano davvero solo quando si perdono, no?-

blatte da tastiera

agosto 21st, 2017 § 0 comments § permalink

Ma dopotutto un po’ mi piacete ancora, voi blatte da tastiera che infettate quotidianamente i social. Mi piace immaginare di osservarvi, mentre vi state agitando come batteri impazziti sotto il vetrino di un microscopio. La vostra totale assenza di civiltà continua a sorprendermi, ogni giorno di più.
E’ stupefacente notare, ad esempio, quanto siate capaci, sotto post che parlano di qualunque argomento (chessò, la morte di Jerry Lewis, il calcio, la fusione fredda), di mettervi allegramente a parlare di tutt’altro, di solito di politica e della questione immigrati. Come se le cose che vi indignano di più siano le sole di cui la gente sia autorizzata a parlare, perché l’avete deciso voi in quel preciso istante, e guai, guai a contestarvi, poveri cucciolotti in cerca di attenzione! Siete talmente tristi nel vostro blaterare che a volte mi viene voglia di prendere uno di voi e di dargli un pizzicotto sulla guancia.
E’ pateticamente comico il vostro tono eternamente incazzato, pieno di livore verso l’universo. Il modo in cui insultate perfetti sconosciuti, rei di avere contraddetto una vostra insindacabile tesi. A volte mi ricordate un po’ quei cagnetti che non smettono mai di abbaiare, solo che magari loro hanno qualche ragione in più di voi per farlo.
E’ vergognosamente disumano il vostro razzismo sempre più esplicito, sempre meno trattenuto. Siete riusciti ad infettare in parte anche me: quanto vorrei cacciare *voi* dall’Italia, perché voi sì che siete “diversi”, ma lo siete davvero!
Abbassate la cresta, Dio santo: dopotutto cagate anche voi, o no?

Ma tanto avete vinto, lo so bene.
Non sarà certo una legge a bloccarvi, perché i tribunali sono già intasati; non sarà Facebook, perchè a Facebook interessa soltanto avere più gente possibile a cui mostrare pubblicità.
Siete perfettamente riusciti nella vostra missione, care le mie pantegane da tastiera: rovinarci questa opportunità di diventare un paese migliore e più civile. Perché si diventa più civili anche con la discussione comune, col ragionamento pacato e collettivo, col riconoscimento dei propri errori. Con l’aprirsi agli altri: bianchi o neri, cattolici o musulmani che siano.
Proprio quegli “altri” di cui avete questa patetica, comica, fottutissima paura.

Svegliatevi, imbecilli. Siamo un sacco di gente, su questo pianeta: il mondo non gira attorno a voi.

desideri

agosto 10th, 2017 § 0 comments § permalink

Il cielo era sereno e punteggiato di stelle in modo quasi irreale, quella notte del 10 agosto. Ne avevo approfittato anch’io, come tante persone, per attendere una stella cadente e poter esprimere il mio desiderio.
Nel frattempo ammiravo lo spettacolo di una luna magnifica, incantato come un bambino, cercando di distinguere qualche costellazione attingendo ai ricordi di tanti e tanti anni prima.

Ad un certo punto, mi parve di vedere una stella muoversi.
No, non stava “cadendo“: si stava solo spostando, lentamente, dal punto in cui era.

Mi strofinai gli occhi. Ero sobrio, vi giuro.

Poi anche le stelle vicine, piano piano, cambiarono di posizione.
Era uno spettacolo incredibile.

Stavano formando un disegno.

Ci misi un po’ a capire che il disegno era la rappresentazione, schematica ma assolutamente riconoscibile, di un dito medio alzato.

l’uomo che non poteva andare in vacanza

agosto 4th, 2017 § 0 comments § permalink

L’uomo che non poteva andare in vacanza ci riprovò anche quell’anno.
“Questa volta ce la farò”, aveva pensato tra sé e sé più volte, mentre percorreva l’autostrada.
Aprì la porta della casa al mare, acquistata coi risparmi di una vita ma mai utilizzata, cercò a tastoni l’interruttore ed accese la luce.
Si ritrovò nel suo ufficio di Milano, in infradito e bermuda e con la valigia ancora in mano, davanti alla giovane receptionist, che scoppiò a ridergli in faccia.

simulacri

agosto 3rd, 2017 § 0 comments § permalink

Una volta scrivevo cose, per lo più in privato (qualcuna anche in pubblico), poi ho smesso.
Un po’ perché scrivere è sanguinare, ed ero stufo di dover ripulire tutte le volte la tastiera.
Ma anche perché sono un tipo che, da buon Vergine, ama la precisione… mentre invece, con la scrittura, dovevo confrontarmi di continuo, ad ogni parola, ad ogni riga, con l’approssimazione.

Le parole sono simulacri: scrivere è soltanto la rappresentazione approssimativa di una realtà, di un pensiero o di una fantasia. Si crea uno scheletro, il resto lo riempiono i lettori con le loro esperienze, la loro capacità immaginativa, le loro deduzioni più o meno logiche.
Ogni storia è incompleta: quella raccontata in un libro, in un film o in un quadro, quella che ti racconta il tuo amico del cuore parlandoti della ragazza appena conosciuta. La realtà non è mai rappresentabile nella totalità dei suoi aspetti.

E anche la storia della nostra vita non sfugge alla regola, no? Non è forse anch’essa l’approssimazione di una vita vera e vissuta pienamente, dei nostri desideri, delle nostre speranze?
Il lavoro che sei costretto a svolgere ogni giorno, ma che non è quello che volevi fare. La tua automobile, ormai ridotta ad un ferrovecchio. Il figlio meraviglioso che avevi, prima che quello stramaledetto incidente te lo portasse via.

Siamo tutti fabbricanti di sogni, modesti artigiani, scultori d’amori che non sono per sempre, di desideri colorati come arcobaleni, fragili ed evanescenti come bolle di sapone.
Speriamo sempre nell’utopia, nel riuscire a trovare, un giorno, la quadratura del cerchio, quel magico quid che ci faccia interrompere, un giorno, quella continua e costante ricerca, che ormai è parte di noi come il nostro respiro.

E’ impossibile, un po’ l’hai sempre saputo.
Non accadrà mai, non troverai mai nulla.
Ma continui, continui a cercare.
E Dio, quanto siamo belli quando continuiamo a provarci, sorridendo e credendo di crederci ancora.

E forse la felicità è proprio questo, è solo questo.
Credere di crederci ancora, nonostante tutto.